Kengiro Azuma, a Milano è morto lo scultore zen

Kengiro Azuma

Kengiro Azuma

L'artista giapponese aveva 90 anni. È l'autore dell'opera bronzea davanti al Monumentale. Dal capoluogo lombardo ha ricevuto anche l'Ambrogino d'oro

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Milano - Lunedi 17 ottobre 2016

  • Nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 ottobre, è morto l'artista giapponese Kengiro Azuma. Pubblichiamo il ricordo di Patrick Martinotta, che lo ha conosciuto personalmente.

Kengiro Azuma è volato via. Il grande artista giapponese è morto nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 ottobre, nella sua abitazione in Bovisa, dove viveva da quasi sessant'anni. Lo scultore zen aveva 90 anni.

Allievo e collaboratore di Marino Marini a Brera, è l'autore dell'opera bronzea MU-141, la vita infinita, davanti al Cimitero Monumentale. Inoltre, nel 1996, ha ricevuto dal Comune l'Ambrogino d'oro per meriti civili. Oltre a Milano, si è legato anche a Matera: sua la celebre Goccia nella città dei Sassi.

Scultore di fama internazionale, la sua figura e la sua opera rappresentano una testimonianza stimolante dell’incontro fra cultura orientale e occidentale. La sua ricerca artistica, attenta ai temi dell’equilibrio interiore e dell’armonia con la natura, è stata profondamente influenzata dal suo passato di combattente come pilota da caccia kamikaze dell’Aeronautica Imperiale giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua scomparsa lascia un vuoto nel mondo dell’arte e nei cuori di chi ha avuto l’onore di conoscerlo e stringergli la sua mano. Un vuoto che tocca a noi riempire, come il Maestro ci ha insegnato.

Sono passati due anni da quando Kengiro Azuma mi ha accolto nella sua casa con un sorriso. Mi saluterà con una pacca sulla spalla. Per un'ora e mezza, in uno studio caotico e accogliente, simile al laboratorio di un alchimista, siamo stati seduti uno di fronte all’altro su due scomodi sgabelli, recitando la parte del Maestro e del discepolo: uno mescolava parole e gesti misurati per evocare vite perdute, l’altro a bocca aperta abitava quei mondi con la sua immaginazione. Azuma sapeva di essere un ottimo attore, capace di interpretare il ruolo dell’anziano saggio intrattenendo la scena per novanta minuti.

Amava ripetere la vecchia storia di un giovane giapponese che condivideva il suo nome, le sue ossa, e credeva in un dio che abitava i nostri stessi spazi e le nostre stesse leggi; un dio inumano ma a misura d’uomo, al quale destinare le proprie preghiere e - nei casi più fortunati - il proprio sacrificio: l’assoluto è a portata di mano e si faceva chiamare Hirohito. Bramoso d’infinito, il diciassettenne Kengiro Azuma lasciava il Liceo per entrare come volontario nel reparto speciale kamikaze della Marina Militare Giapponese. Il resto del racconto si perde nell’oblio, ossia nelle trame della Storia.

Da quasi sessant’anni lo stesso protagonista interpretava un'altra favola, quella di un Derzu Uzala sopravvissuto alla modernità e perfettamente integrato nella periferia milanese - quella Bovisa dove risiedeva ormai da tanto tempo che avrebbero dovuto eleggerlo sindaco. Le sue labbra parlavano di rispetto della natura e della lacrima che gli scendeva quando guardava l’albero - fuori dalla sua porta - resistere ogni giorno alla furia dei venti.

Le sue opere, attorno a noi, echeggiano ancora quelle parole, che accarezzano il bronzo e lo scavano, inserendosi nelle sue fratture e rivelando delle ferite. Il linguaggio è diverso ma la poesia è la stessa e canta quella tensione fra finito e infinito, fra visibile e invisibile, che penetra la materia e investe tutti i sensi, dalla mano fino all’orecchio, dal pieno al vuoto, dal ruvido al liscio, dal lucido all’opaco. Azuma è stato il Maestro di Bovisa costretto a rievocare le proprie radici giapponesi per garantire la purezza di questo conflitto, di quest'incrocio fra Nord e Sud, fra Occidente e Oriente, di cui la sua arte vive.

Settant’anni dopo la morte di dio, con la dichiarazione della natura umana dell’imperatore Hirohito, la fede di Azuma era ancora più forte che mai e, fino all’ultimo, ha avuto bisogno di qualcosa di tangibile e di materiale: una fede che coincide con l’arte e confina con un tratto zen disegnato quasi a caso su un foglio. Nel disordine del suo studio impolverato mi ha mostrato un grosso volume e - parlando in maniera approssimativa, forse volutamente, per dimostrare l’importanza dell’imprecisione nell’arte e nella vita - con orgoglio mi ha confidato che ogni giorno tracciava su quei fogli un segno: oggi non so cosa scrivere e scrivo semplicemente vivere.

Ora capisco che tutta la potenza del messaggio intellettuale e umano di Azuma è concentrata in quel gesto, in quel sottile luogo di incontro fra volontà e immaginazione - per utilizzare delle categorie estetiche tutte occidentali che tanto sarebbero piaciute a quel Gaston Bachelard, che un giorno scrisse: anche la mano ha i suoi sogni, aiuta a conoscere la materia nella sua intimità, aiuta pertanto a sognarla.

Ripenso alla mano di Azuma e capisco che le linee che ne percorrono la pelle sono state forgiate dall’energia e dalla pazienza dell’homo faber, dal suo martello, dal suo bronzo. Ripenso alle parole e ai segni, ognuno diverso dall’altro, presenti su quel volume e capisco che sono tutti sinonimi e significano vivo. Oggi è arrivato il giorno in cui Azuma ha dimenticato di scrivere la sua frase e noi sappiamo che, a partire d questo istante, toccherà a noi, suoi discepoli, continuare a raccontare la sua storia.

Patrick Martinotta

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