Il teatro Franco Parenti si riempie di glamour per la prima del nuovo spettacolo di Filippo Timi.
Colli di pelliccia, una ragazza sfoggia un elegante papillon, dettagli curati anche per gli uomini. Mocassini lucidi, montature d'occhiali da vista all'ultimo grido, insomma l'outfit delle grande occasioni. Sarà per non essere da meno con la griffe degli abiti della mise en scene - tutti Miu Miu, creati apposta per i tre attori della pièce. Sarà, forse, per presentarsi come si deve davanti a questo debutto tanto acclamato: «La mia Favola vi stupirà» dichiara Timi ai giornali.
C'era grande attesa per Favola. C'era una volta una bambina, e dico c'era perché ora non c'è più di cui l'attore perugino è regista e interprete. Tra moquette rosa, tappezzerie e arredamenti vintage Filo è Mrs Fairytale, una casalinga americana (abbastanza disperata) degli anni 50. Gonnelloni, parrucca cotonata, smalto e un barboncino imbalsamato con cui parlare. Con disinvoltura Timi regala una commedia en travesti surreale, con alcune trovate esilaranti, dirette da una regia creativa.
Si respira la nostalgia di quegli anni ad ogni cambio di scena quando scorrono le immagini dei veri spot pubblicitari del Carosello, che fa rimpiangere il passato con l'ingenuità dei disegni di Pagot e la buffa voce di Franca Valeri per una nota marca di sapone.
Timi veste i panni di una Mrs Doubtfire chic, alle prese con la sua dolce attesa, il marito violento, i consigli da dare all'amica con il compagno gay e poi addirittura con un cambio di sesso improvviso e l'arrivo degli alieni. La spensieratezza del copione dovrebbe fare da intero leitmotiv dello spettacolo, che verso la fine si perde. Ma ciò che colpisce maggiormente è la delusione che lascia la pièce e il suo protagonista, di cui io per primo sono un ammiratore.
Filippo sui tacchi e in stile fifties non sta per niente male, rimane l'artista camaleontico ed espressivo di sempre. Col tempo è riuscito a ottenere un enorme successo di pubblico e a diventare addirittura un fenomeno pop-commerciale. Consapevole di essere un'icona queer, porta a teatro adesso un po' troppe Piume di struzzo.
Il pubblico queer - amante dell'insolito e del commerciale, del pop e della cultura gay-friendly - appena appassionato a lui rimane affascinato dai suoi svolazzamenti in abiti Miu Miu. I veterani del genere però non possono fare a meno di notare il pacchetto di cose già viste e già sentite, e da Timi ci si aspetta un po' più di originalità. Smorfie e gesti che rimandano a Victor Victoria del 1982, a Dustin Hoffman negli anni 80 e nei panni di Dorothy per il film Tootsie, al compianto Patrick Swayze, educata drag queen del celebre cult movie A Wong Foo, grazie di tutto, Julie Newmar del 1995. Perle di saggezza sugli uomini, profonde e ciniche allo stesso tempo, che fanno il verso a Guy Pearce versione femminile per Priscilla, la regina del deserto degli anni novanta.
Cambia l'epoca, ma Timi sembra che abbia educato il suo personaggio un po' da uno e un po' dall'altro. Icone ormai assodate di questa cultura e con cui si va sempre sul sicuro, a cui l'attore ora strizza troppo l'occhio.
Tornano alla mente le sue interpretazioni dell'Amleto grottesco a teatro, dell'ipnotizzante Mussolini diretto da Bellocchio, fino al clown isterico che salva le sorti del deludente film La solitudine dei numeri primi di Costanzo. La tenerezza che Timi suscita nei suoi libri quando racconta di essere cieco, balbuziente, sessualmente indeciso (sperando che non sia un meccanismo commerciale anche quello).
Due fiori all'occhiello della rappresentazione: la musica, da Nat King Cole a Doris Day, ma soprattutto la compagna sul palco Lucia Mascino con cui Timi ha già lavorato. Elegante, precisa, dissacrante da ricordare Anna Marchesini. È lei la vera Favola.