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Ian Rankin
 

Intervista a Ian Rankin, che torna il libreria con 'Il colpo perfetto'

 
L'autore ci racconta la genesi del suo ultimo lavoro, la storia di una banda di criminali dilettanti alle prese con un furto d'arte
 
eventi
Ian Rankin è in Italia per partecipare a Festivaletteratura di Mantova che da oggi 'invaderà' la città fino al 12 settembre. Il fil rouge di quest'anno è l'amore per la lettura. Per maggiori informazioni sul festival, leggi l'approfondimento.
Rankin ha in programma due incontri con il pubblico, il primo venerdì 10 alle 15 alla Chiesa Santa Maria della Vittoria nel corso del quale discuterà di patrimonio linguistico condiviso in compagnia di Agnes Heller. Il secondo si terrà domenica 12 alle 14.45 a Palazzo San Sebastiano: lo scrittore scozzese animerà un inedito dialogo con Sandrone Dazieri. Il costo d'ingresso ad entrambi gli eventi, è di 4.50 Eu.
 
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Milano, 8 settembre 2010
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di
Antonella
Viale
   

 Rassicuratevi, Rebus è vivo e lotterà ancora insieme a noi. Questo sarà l'attacco - più o meno identico - delle interviste di tutti i media nazionali. Ma è ciò che interessa ai lettori più di ogni altra cosa. L'ex ispettore è ormai pensionato e lavora come civile in un'unità della polizia di Edimburgo che si occupa di indagini criminali mai risolte. Quindi, afferma Rankin, sornione: «Può darsi che lo incontreremo ancora...»

Torneremo a Rebus più tardi, ora parliamo di Un colpo perfetto (Longanesi, 377pp, 18,60 Euro) nato come sceneggiatura per un film che rievocasse i grandi colpi della storia del cinema, tipo Ocean's Eleven, recitato da attori scozzesi come Connery, McGregor... Ma niente film, segue riciclaggio in romanzo a puntate sul New York Times Magazine, poi nel libro che tra poco avrete in mano e infine ben presto in una serie di telefilm. E il cerchio si chiude. Un colpo perfetto, quindi, è un romanzo completamente anomalo, l'atmosfera di Edimburgo è meno cupa, il ritmo più serrato e la caratterizzazione dei personaggi più, diciamo, simbolica.

La storia è l'ennesima ricerca del furto del secolo, realizzato senza sparare un colpo, progettato da una banda improvvisata di borghesi benestanti e annoiati. I tre protagonisti non potrebbero essere più diversi: il principale ha fatto i soldi con l'informatica, si è ritirato presto e si è dedicato all'arte, le spalle sono un funzionario di banca e il preside dell'Accademia di Belle Arti. L'idea è svaligiare il magazzino della National Gallery di Edimburgo limitandosi a sostituire i quadri originali con copie ben fatte. Ma si inseriscono un vero criminale con una personalità particolarmente interessante e un altro cattivo di cui taceremo. Il piano pulito comincia a prendere una bruttissima piega, sino al colpo di scena finale.

«Mi sono sempre piaciuti i libri e i film di questo genere su colpi e rapine, in particolare volevo scrivere un libro dal punto di vista dei criminali invece che da quello del poliziotto,» spiega Rankin: «Questo è tutto dal punto di vista dei criminali, professionisti o dilettanti e, a parte il progettare il piano di una rapina come questa - che è divertente - mi interessava esplorare gli effetti psicologici che un colpo come questo - una volta riuscito - avrebbe avuto sui protagonisti, che non hanno mai fatto niente di illegale in vita loro e si ritroveranno nel mirino della polizia. Senza contare il rapporto con la violenza che Rebus ha affrontato professionalmente molte volte nella vita, mentre i dilettanti non l'avevano mai fatta. È stato interessante metterli a confronto con situazioni in cui la violenza cresce e poi esplode. Avranno paura? Li farà star male il pensiero della violenza che arriva? Insomma ho cercato entrare nella loro mente e anche di dimostrare che persino un professionista da paura può essere spaventato da qualcun altro: c'è sempre uno peggio.»

Rankin ama l'arte
sin da quando era studente ma, racconta, solo in tempi più recenti ha avuto abbastanza denaro per comprare opere, frequentare case d'asta e mercanti d'arte: un mondo che trova affascinante. «In particolare mi interessa la posizione dell'arte nel mondo moderno,» racconta, «per esempio chiedermi quanto abbia importanza come investimento oppure il valore dell'autenticità: perché un dipinto originale vale di più di una copia ben fatta?».
«Oggi un mercante deve convincermi che un dipinto non sia una copia, bisogna essere un po' detective anche in questa vita ed è il primo romanzo in cui affronto l'argomento. Che è vasto: ci sono casi ben documentati di furti su commissione, casi in cui opere d'arte rubate vengono date in garanzia nelle transazioni tra criminali, senza contare le falsificazioni. Quando c'è di mezzo qualcosa di tanto maneggevole come un foglio di carta o una tela e ha un valore immenso, è facile che ci sia interesse da parte del crimine organizzato».

Torniamo a Rebus, dato che Rebus tornerà. Con gli anni si è notata una crescita dell'impegno sociale e politico di Rankin, in parallelo a una sorta di simbiosi con il suo protagonista. Al punto da chiedersi se trascorra più tempo con la moglie o con il detective: «Quando scrivo sicuramente passo più tempo con Rebus che con mia moglie» ridacchia Rankin. «E' vero che nei libri ci sono maggiore consapevolezza sociale e impegno politico, soprattutto da quando sono diventato padre, perché ho cominciato a pensare ai problemi che la mia generazione ha creato e che le future dovranno risolvere. Come si fa? In genere lo chiediamo ai politici...».

«Per il resto sì, credo di essere diventato più simile a Rebus col tempo, perché il primo romanzo l'ho scritto a 24 anni: io ero studente, lui quarantenne, divorziato con un figlio. Ammettiamolo, non avevo idea di come fosse avere quell'età ed essere in quella situazione. Le esperienze della vita mi hanno avvicinato di più e l'ho capito meglio. Tutti i personaggi dei miei libri hanno una vita indipendente: decidono loro che fare, dove andare, forse è il romanzo a decidere quanto possano essere utili nella storia. Quando scrivo di Rebus passo molto tempo a convincerlo che il mondo non è in bianco e nero, bene contro male. Lui viene da un'altra generazione e vede il mondo in modo diverso, se ci incontrassimo all'Oxford Bar non gli piacerei, parleremmo cinque minuti di musica e poi ci separeremmo. Penso di avere molto più in comune con la sua collega Siobhan.»

 
 
 
 
 
 
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