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Pietro Casella
Pietro Casella, protagonista del film di Daniele Gaglianone
 

Daniele Gaglianone racconta Pietro: «Quel che è successo in viale Abruzzi mi spaventa»

 
Il regista torinese ci parla del suo ultimo film, in concorso a Locarno. Una storia di indifferenza e violenza urbana che riporta ai recenti fatti di cronaca nera
 
eventi
Acclamato all'ultimo Festival di Locarno con 10 minuti di applausi, Pietro è uscito nelle sale italiane lo scorso 20 agosto. Oltre alla data infausta, la dotazione di nemmeno 10 copie (Shrek ne ha 800, per intenderci) fa sì che il film rischi di scomparire presto nel nulla. Ai cinefili e amanti di un certo cinema indipendente, duro e puro, conviene quindi affrettarsi. (vt)  
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Milano, 01 settembre 2010
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di Valentina Torlaschi
   
 
Pietro (Italia 2010)
di Daniele Gaglianone
con Pietro Casella, Francesco Lattarulo, Fabrizio Nicastro, Carlotta Saletti, Giuseppe Mattia

La trama
In una spettrale periferia torinese, la vita di Pietro scorre lenta, anonima. Pietro è quello che viene definito un ritardato: sguardo imbambolato, perso in un universo tutto suo, ha poco più di 30 anni e guadagna due soldi distribuendo volantini per strada. La sua casa è un vecchio e fatiscente appartamento lasciato in eredità dai genitori, dove abita con il fratello Francesco che è ormai tutta la sua famiglia. Ma il loro rapporto è complicato: Francesco è un tossicodipendente, legato e ricattato dall'"amico" spacciatore NikiNiki e dalla sua banda di balordi e disperati. Pur di non sentirsi escluso dal gruppo, Pietro ha accettato di cavalcare il ruolo del buffone deficiente, diventando il bersaglio privilegiato di scherzi, soprusi e offese. Qualcosa sembra cambiare quando Pietro conosce una ragazza. Ma si tratta di un'illusione. Durante una delle solite serate, Pietro presenta l'amica ai ragazzi: subito la festa prende una brutta piega. Sarà la miccia che innescherà la reazione di Pietro.

Diciamolo subito: Pietro è un film imperfetto, difficile e di una tristezza quasi insostenibile. Eppure è un bel film, verissimo nella descrizione di questa Italia di oggi, così intrisa di violenza e così repellente alle sofferenze altrui. Certo, Pietro è quello che propriamente si definisce un "pugno nello stomaco", ma nell'attuale panorama cinematografico italiano pensiamo che anche un'opera così sia necessaria: un film-specchio che restituisce senza filtri lo squallore delle periferie, la povertà diffusa, la cattiveria gratuita di bande di ragazzini tatuati e "ingellati" che per diversivo pestano un ubriaco in metropolitana. E a chi accusa il regista, Daniele Gaglianone, di aver fatto un film troppo cupo fornendo una brutta immagine del nostro paese, rispondiamo con le parole di Stendhal: «Un romanzo è uno specchio […]. Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l'ispettore stradale che lascia ristagnar l'acqua e il formarsi di pozze!».

Fortemente voluto da Gaglianone e girato con estremo rigore, Pietro racconta la storia di un ragazzo ritardato che vive nella Torino di oggi: una città grigia e ostile dove solo a imbucare un volantino nella posta di un condominio si rischia di venir malmenati. «In realtà non volevo fare un film su Torino - spiega Gaglianone, che nel capoluogo piemontese è nato - ma un film sugli esseri umani. Il film si ispira a quelle notizie di cronaca che riempiono i nostri giornali. Certo, la violenza nella società c'è sempre stata, ma quello che mi colpisce è lo scadimento della qualità delle relazioni umane. C'è un'aggressività, una violenza così diffusa che basta davvero poco a far degenerare le cose. Penso a quel ragazzo che ha ammazzato una donna a pugni, in una delle strade principali di Milano (viale Abruzzi, ndr), solo perché la ragazza lo aveva lasciato. Quello che mi fa più rabbrividire di un episodio del genere è che c'è un'aria intorno a noi che rende possibile pensare che un gesto del genere si possa fare».

La vicenda del protagonista è in effetti una degenerazione di violenza. Pietro subisce giorno dopo giorno le cattiverie e le angherie gratuite del fratello, del datore di lavoro, di passanti sconosciuti. Lui sopporta, in silenzio. Tollera la tristezza della vita fino a quando, un giorno, esplode e si fa giustizia da solo. Il finale è agghiacciante e ricorda film come La fiammiferaia di Aki Kaurismaki, Perché il signor R. è diventato matto? di Fassbinder e il film messicano Parque via, vincitore del Festival di Locarno del 2008. Anche se il riferimento cinematografico principale è il cinema dei fratelli Dardenne.
Per Gaglianone il film è stata un'esperienza molto sentita, quasi una battaglia, tant'è che in conferenza stampa a Locarno (dove il film era in concorso) non è riuscito a trattenere l'emozione. Ha poi raccontato: «L'idea vera e propria è nata 3 anni fa, in un momento particolarmente difficile della mia carriera e in uno stato d’animo abbastanza furente: avevo la sensazione di essere tagliato fuori e mi si accusava di voler fare un cinema troppo radicale. Per rabbia mi è venuta in mente questa storia: il mio stato d'animo mi portava a guardare il mondo con occhi diversi e a notare persone ed episodi che prima forse non osservavo abbastanza. Ho quindi incontrato molte persone simili al personaggio di Pietro: persone invisibili, sofferenti, che vivono nella più completa solitudine».

«Sapevo che una storia del genere non poteva avere vita facile dal punto di vista produttivo - continua il regista piemontese -, ne avevo parlato con il produttore Gianluca Arcopinto e insieme ci siamo mossi per trovare altri interlocutori, i quali spesso si rifiutavano di partecipare al progetto dopo aver letto le prime pagine della sceneggiatura o dopo i primi due minuti di esposizione. Così Pietro è diventato un film autoprodotto, con un budget minimo, che ha coinvolto un gruppo di persone che ha creduto e investito sul progetto prestando gratuitamente il proprio lavoro. Pietro è un film che, per scelta e necessità d'intenti, ha voluto star fuori dalle classiche logiche di finanziamento statale e delle grandi società di produzione. Riuscire a concluderlo è stata una scommessa incredibile. E ci tengo a sottolineare che, nonostante la durezza del film, ci siamo divertiti molto a realizzarlo: è stata una bella esperienza umana e di comunità».

A sentire le testimonianze di Gaglianone e dei suoi collaboratori, Pietro sembra una sorta di Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento del mercato cinematografico italiano. Anche il produttore Gianluca Arcopinto racconta: «Dopo un'opera prima molto forte ed apprezzata quale I nostri anni e un'opera seconda con molti lodi ma anche molte critiche come Nemmeno il destino, era difficile proporre il terzo film di Gaglianone. Nonostante ciò, io avevo piena fiducia in lui: mi piace il suo cinema e se mi avesse proposto di fare un film solo filmando un muro gli avrei detto di sì. Il film è costato 120.000 euro: molti attori e tecnici hanno lavorato praticamente gratis, altrimenti il film sarebbe costato 300.000 euro. Alla fine, sono quasi contento che società come Rai Cinema non abbiano accettato di finanziare le ultime spese per concludere il film. Non voglio fare polemica, anche perché la stessa Rai Cinema ci sta aiutando per il nuovo film di Gaglianone, ma in questo modo Pietro è nato ed è finito sotto bandiera indipendente».

 
 
 
 
 
 
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