«Sono pazzo solo se il vento soffia fra tramontana e maestrale. Ma quando volta a scirocco distinguo un falco da un falchetto».
Sono queste le parole dell'Amleto shakespeariano che meglio riassumono lo spirito iconoclasta e dissacratorio della rivisitazione di Filippo Timi, in scena al Teatro Franco Parenti fino al 26 marzo con il titolo Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche.
Parole per altro assenti dallo spettacolo, in cui Amleto/Timi è il folle demiurgo che smonta e rimette assieme continuamente il testo di Shakespeare, conservandone i momenti salienti - la comparsa del fantasma del padre, la messa in scena degli attori, l'assassinio di Polonio, la morte di Ofelia, il duello con Oreste - ma trasfigurandoli tutti, in un circo dell'orrore e del grottesco che diverte e stordisce.
Ecco allora il padre di Amleto tramutarsi in una copia isterica di Marylin Monroe, o i commedianti comportarsi come una coppia di scorreggioni da avanspettacolo. Ed ecco le divagazioni musicali, mimiche, citazioniste, che attingono a piene mani nei cliché della cultura pop, legando le movenze di un testo sacro alle moine della quotidianità cine/musico/televisiva. Un'operazione non dissimile da quella compiuta da Luigi Lo Cascio, al lavoro su Le Baccanti di Euripide nel suo La caccia, ove però l'esplosione satiresca e beffarda è concentrata soprattutto nei cambi di scena.
Qui invece lo sberleffo tragico è la cifra costante dell'allestimento, contaminato anche con l'improvvisazione. Poi, improvviso, prende fuoco il romanticismo.
Tra Comicità dell'Arte ed egotismi che richiamano alla memoria Carmelo Bene (ancora lui), Filippo Timi - personaggio/regista/spettatore, in una messa in scena che cambia continuamente piano linguistico e in cui i ruoli si invertono e addirittura spariscono - tiene la platea in pugno per quasi due ore filate, senza annoiare neppure un minuto. E, quel che è meglio, senza tradire mai lo spirito del testo.