Esce venerdì 19 marzo 2010 nei cinema in tutta Italia Io sono l'amore, di Luca Guadagnino, già presentato con successo ai festival di Venezia, Berlino e Toronto. Co-protagonista del film assieme al premio Oscar Tilda Swinton (l'ha vinto nel 2007, per il suo ruolo in Michael Clayton), è Flavio Parenti, classe 1979, diplomato alla Scuola del Teatro Stabile di Genova.
Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione ufficiale di Io sono l'amore avvenuta oggi, 15 marzo, a Milano, città dove è ambientata gran parte del film.
Flavio, come è stato lavorare fianco a fianco con un premio Oscar?
«I grandi con cui ho lavorato finora mi hanno sempre messo a mio agio. In questo caso sia io che Tilda dovevamo recitare in russo senza saperlo parlare veramente, e c'era una dialogue coach che ci dava le battute. Un episodio particolarmente significativo riguarda la scena della piscina (è la scena più importante del film, quella che precede l'epilogo, ndr). Inizialmente era diversa: secondo lo script lei parlava e io stavo zitto. Poi l'abbiamo provata un po' assieme, improvvisando, ed è venuto fuori che doveva essere il contrario: io parlavo, e lei stava zitta. In pratica mi ha ceduto una scena, e non una scena qualsiasi: la scena madre del film. Tanto di cappello, come si suol dire. Anche se naturalmente non l'ha fatto per me: l'ha fatto per il film, e per il suo personaggio, che così era più in linea con il resto della storia. Ha pensato a se stessa come personaggio e non come attrice. E non credo sia da tutti, nemmeno a quei livelli».
Tu vieni dal teatro e dalla scuola dello Stabile di Genova, un ambiente nel quale ormai le tue qualità non sono più in discussione (oltre ad aver ricoperto numerosi ruoli da protagonista, hai curato la regia di tre produzioni dello Stabile prima di compiere trent'anni). Poi hai deciso di trasferirti a Roma e, in qualche modo, di ricominciare daccapo. Perché questa scelta?
«Perché sono convinto che dalla crisi nasca il cambiamento, e dunque conviene andare in crisi quando si ha l'età per farlo. E poi perché bisogna sempre lasciare quando si vince, e infatti Schumacher fa malissimo a tornare in Formula 1 (ride, ndr). Bisogna raggiungere una posizione dominante ma poi non sedercisi sopra perché, artisticamente, significherebbe interrompere il proprio percorso. La fine della crisi, la fine del cambiamento, la fine dell'innovazione. Per un attore di trent'anni non avrebbe senso. Magari a sessanta sì, ma adesso no».
In questo nuovo percorso, hai già avuto il tempo di lavorare con molti maestri riconosciuti, come Liliana Cavani, Citto Maselli, Sergio Rubini, Michele Soavi e lo stesso Guadagnino. Come è stato rapportarsi con loro?
«Sono abbastanza inconsapevole di quello che faccio da questo punto di vista: cerco di fare il mio lavoro meglio che posso. Diciamo che i miei maestri veri e propri li ho avuti prima di fare cinema. E ti parlo di Matthias Langhoff (con cui Flavio ha lavorato nel 2003 a teatro nel Filottete di Heiner Muller, e di cui è stato assistente alla regia, ndr), di Marco Sciaccaluga e di Massimo Mesciulam, il mio maestro di recitazione. Fanno parte di un periodo della vita in cui incontri le persone che ti formano artisticamente. Poi, un po' alla volta, sviluppi una dimensione autonoma che, comunque, continua a contaminarsi attraverso i nuovi incontri che fai. Ma non è la stessa cosa. Di certo ho verificato che i grandi sono sempre molto tranquilli, e ti parlo della Cavani, ma anche di Castellitto (con cui Flavio ha lavorato in Tris di donne e abiti nuziali, ndr) e della stessa Swinton».
Che differenza c'è tra il lavoro a teatro e quello al cinema e in televisione?
«Se prendi il teatro e la TV come estremi opposti, la differenza sta in profondità ed estensione del lavoro. A teatro è poco esteso ed estremamente profondo, in TV è molto esteso ed estremamente superficiale. Il lavoro che si fa su un personaggio a teatro, in TV non esiste: il rapporto col personaggio è istantaneo. C'è più improvvisazione e meno disciplina. Diciamo che te ne devi fregare un po'. Facendo una serie TV impari a essere più tranquillo, a memorizzare il giorno stesso le battute, perché sono così tante che non ci guadagni niente a impararle molto prima. In compenso il mio rapporto con la macchina da presa è diventato molto più libero e non ho più paura di improvvisare: si supera quella soggezione che all'inizio la macchina da presa ti induce e quella disciplina del dire la battuta giusta che ti deriva dalla formazione teatrale. Il cinema è una via di mezzo, c'è sicuramente più cura nel dettaglio del personaggio e non ci sono i ritmi feroci della TV, quando capita di girare anche sei scene in un giorno. Ma penso che gli attori dovrebbero fare un po' tutto, quello che impari da una parte ti serve anche dall'altra. Mentre giravo il secondo film con Silvio (si riferisce a Silvio Muccino, con il quale Flavio lavora per la seconda volta in Un altro mondo, di prossima uscita, dopo Parlami d'amore, ndr), lui mi ha detto che il mio miglioramento rispetto al primo film era impressionante: un anno di Distretto di Polizia mi ha permesso di sciogliermi molto».
Come cambia lavorare con un regista come Silvio Muccino che ha la tua età ed è anche un amico, rispetto ai casi dei grandi maestri di cui parlavamo prima?
«Cambia completamente. Il rapporto diventa di collaborazione vera. E non soltanto sul set, anche prima. Si discute delle battute, ma anche del percorso e del valore del personaggio nel film. A quali regole deve essere sottoposto per essere parte integrante dell'idea che sta dietro all'opera. Quindi è un lavoro che va molto al di là del semplice dire bene una battuta. Ed è così che dovrebbe essere il rapporto tra regista e attore, a qualsiasi livello. È il rapporto che hanno ad esempio Tilda Swinton e Luca Guadagnino (fa di nuovo riferimento a Io sono l'amore, ndr). Ma perchè questo sia possibile ci vuole, non dico l'amicizia, ma comunque una collaborazione che si rinnova più volte nel tempo. Non è un caso che spesso i registi lavorino molte volte con gli stessi attori: si crea un linguaggio comune che aiuta a ottenere risultati migliori».