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 Luigi Lo Cascio ne 'La caccia' - Foto di Marianne Boutrit
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'La caccia' di Lo Cascio: il Mito, tra orrore e sberleffo |
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| Al Teatro Puccini di Milano, in scena lo spettacolo vincitore del premio Hystrio e del Biglietto d'Oro. L'attore riscrive a modo suo 'Le Baccanti' di Euripide. Fino al 21 marzo |
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«Ho guardato dentro la carne e non ci ho visto niente. Ma bisogna mangiarla comunque». Con quest'epigrafe, che indica una morte ma anche l'impossibilità della stessa, si chiude La caccia, riscrittura in forma di monologo delle Baccanti di Euripide, pensata, diretta e interpretata da Luigi Lo Cascio. Che dopo due anni di repliche, un premio Hystrio per la migliore interpretazione (2008) e un Biglietto d'oro per il successo di pubblico, è ora a Milano, ospite del Teatro Elfo Puccini, a pochi giorni dalla sua celebrata riapertura.
La morte (e la carne) è quella del Mito, che pur sconfitto dalle armate dell'illuminismo e del positivismo continua ad essere la materia dei nostri impulsi sottocoscienti e lo specchio delle nostre ombre. Spettacolo psichedelico e opprimente, La caccia è un lungo viaggio nella mente di Perseo, tiranno di Tebe, martoriato dalla propria furia e dalle proprie fobie: sulle tracce di Dioniso e delle Baccanti, il giovane finisce inchiodato e sventrato dallo sguardo di sua madre Agave. Ma è soprattutto una riflessione multisensoriale sui motivi (posto che ce ne siano) della sopravvivenza della tragedia classica al tempo delle nevrosi globalizzate e del consumo istantaneo.
Lontano da qualsiasi ambizione narrativa, Lo Cascio non solo decompone - anzi, sbriciola - il Mito euripideo e le sue ragioni, ma fa a pezzi il suo stesso testo, su una traccia che rimanda in prima battuta alle performance iconoclaste di Carmelo Bene. La sua recitazione, seppure ricchissima di sfumature, è manierata fino al paradosso: porta il testo al pubblico e al contempo glielo rende inaccessibile. E non è un caso che la voce che contrappunta i monologhi di Perseo sia sì quella dell'Accademia, ma incarnata da un professore con la r-moscia, il fisico e la voce da dodicenne, presente solo in forma di filmato. Un ometto che si arroga il diritto di tenere assieme il racconto e di giustificarlo secondo una impossibile prospettiva critica. Tanto che al momento di svelare la sua Verità, di sancire le Ragioni Ultime del testo euripideo, dei grossi corvi lo mangiano vivo prima che riesca ad aprir bocca.
De La caccia in questo senso non si dovrebbe parlare neppure, e quanto segue e precede e già di troppo, perché l'analisi critica non è richiesta. Le sua esistenza ha fondamenta solo nel tempo della messa in scena, in cui i fantasmi del Mito si fanno e disfanno come ombre su una scenografia di lavagna, che funge da schermo per proiezioni da incubo e da supporto per l'incisione di luci, ombre, segni e disegni. Una messa in scena di matrice ipnagogica, che definisce una dimensione kafkiana fatta di verità doppie e di ribaltamenti continui di prospettiva (su un aforismo di Kafka si apre lo spettacolo, e da esso prende il nome). Un messa in scena in cui annegare senza sensi di colpa per l'attenzione che latita, risvegliata solo a tratti dagli esilaranti finti spot pubblicitari. Segni di un tempo, il nostro, immemore e ridicolo.
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| L'occasione della settimana |
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dom 12 |
lun 13 |
| Milano |
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-5 - 2 |
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-1 - 7 |
Legenda
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