Milano non esiste. Il titolo dell'ultimo romanzo di Dante Maffìa (Hacca Edizioni, 2009, 202 pp. 12 Eu) è una dichiarazione di disamore nei confronti del capoluogo lombardo. Insofferenza, ansia, dolore. Un operaio calabrese racconta la sua triste vita da emigrante tra la nebbia e il cemento della capitale del Nord: un'esistenza vissuta così, più da comparsa che da reale protagonista.
Padre di sei figli e sposato con una donna milanese, lavora a testa bassa tra i fumi e il grigiume di una fabbrica dove si muore sul lavoro. E chi non muore è messo in cassa integrazione.
Milano, è un incubo. Triste, opprimente, senza profumi. Viverci è come stare in una stazione ferroviaria, afferma il protagonista, il cui unico desiderio è di ritornare, una volta in pensione, al suo paese.
«Milano non esiste nasce da una lontana esperienza di viaggio a Milano» racconta Maffìa, classe 1946, calabrese come il suo alter ego romanzesco: «alla fine degli anni Sessanta ci ho vissuto per un paio di mesi. Lavoravo per una casa editrice ma non riuscivo ad adattarmi. Il mio efficientismo infastidiva tutti, venivo guardato male». Uno stravolgimento degli stereotipi del meridionale svogliato e del milanese lavoratore instancabile. «A Milano, poi, le regole erano rispettate meno che in Calabria» prosegue lo scrittore: «si creavano veri e propri gruppi, una consorteria che valorizzava solo chi faceva parte di una cerchia ristretta. All'epoca ero già riconosciuto come poeta, ma quando si trattava di eventi ufficiali era come se non esistessi».
Indifferenza. Ecco una parola chiave del romanzo. L'operaio calabrese è come se vivesse in una bolla di nebbia, frequenta qualche suo conterraneo ma fatica ad avere rapporti con i milanesi. Il titolo Milano non esiste (una citazione da Tommaso Landolfi) è la sintesi perfetta del suo atteggiamento sempre più sordo.
Un atteggiamento i cui tanti si saranno ritrovati. E non solo lavoratori sottopagati che devono mantenere famiglie numerose a centinaia di chilometri da casa propria. «Dopo la pubblicazione del romanzo il primo a telefonarmi è stato Franco Nero» racconta l'autore: «mi ha detto: "Quel personaggio sono io"». L'attore, che vive a Londra con moglie e figli, si è immedesimato a tal punto nel protagonista di Milano non esiste tanto da pensare di farci un film: «crede che la storia sia adatta a una trasposizione cinematografica. Ha già immaginato se stesso nel ruolo dell'emigrante e Ornella Muti in quello della moglie».
Ma tornando a Milano, è la milanesità che dà fastidio a Maffìa. «A Milano non si sa stare con gli altri, manca quella coralità che a me è tanto cara» afferma: «la gente cammina a testa bassa, non ci si saluta neppure. Oggi, poi, la confusione di lingue e razze nuove rende la situazione sempre peggiore». Balzano subito alla mente i recenti fatti di via Padova, sempre più spesso teatro di scontri tra persone provenienti da paesi diversi. Lo scorso 13 febbraio un uomo è morto. Ieri, 25 febbraio, un altro è stato accoltellato in modo grave. «Quella strada è da sempre lasciata a se stessa» commenta Maffìa: «già ai miei tempi ogni tre metri c'era una prostituta. E la gente passava oltre, come se fosse una zona neutra, con indifferenza. Ecco, questo è un atteggiamento dei milanesi che non ho mai condiviso».
Ma alla fine Milano qualche aspetto positivo ce l'ha? «Le mie sono precisazioni, non condanne. Comunque ogni tanto mi capita di ritornarci, e vista da turista è tutta un'altra città. Dopo questo romanzo, poi, mi è capitato di riguardare alcune mie poesie e mi sono reso conto che Milano è un tema ricorrente, che torna molto spesso».
Come dire: Milano, dopo tutto, esiste.