[...] Finché un giorno mi arriva un pacchetto di limoncini secchi di Bassora (gli iracheni dicono che vengono dal loro Sud, ma in realtà sono indiani) con i quali si prepara il nimu basra, un delizioso tè. Me li aveva mandati Emad, un mio interprete, che sapeva che non partivo mai da Baghdad senza averne fatto una scorta sufficiente fino alla visita successiva. Un gesto semplice, sensibile e il tabù è crollato.
Mi torna così la voglia di sapere cosa succede in Iraq (per lavoro o solo per me stessa, che importa?), di incontrare tutti gli iracheni di passaggio in Italia, gli amici italiani che sono stati da quelle parti. Cercare
notizie dovunque. Mentre colleghi e amici mi invitavano a occuparmi di questioni meno angoscianti, la mia ossessione/passione per l’Iraq è tornata.
Forse semplicemente perché non si può lasciare aperto un capitolo della propria vita e non si può rimanere indifferenti alla sorte di chi abbiamo visto soffrire durante la guerra, lottare per i propri diritti e abbandonare per forza il proprio paese. Prima per fuggire alla repressione di Saddam e agli attacchi Usa, e poi alla guerra fratricida tra sciiti e sunniti, fomentata da al Qaeda – che considera gli sciiti traditori dell’islam – e favorita dall’occupazione straniera che ha fatto precipitare il paese nel caos.
Forse semplicemente non posso abbandonare le vittime della violenza, la stessa che avevo subìto anch’io. Una scelta maturata a lungo. E preparata.
Il mio riavvicinamento all’Iraq è cominciato dalle periferie di Amman e Damasco, dove i profughi iracheni vivono l’incapacità di adattarsi a una vita precaria, fatta di sofferenze e disagi, dopo aver esaurito le risorse racimolate vendendo il vendibile prima di lasciare il proprio paese. Sono partiti pensando che questa parentesi della loro vita sarebbe durata poco, al massimo un anno. Non è stato così.
Forse proprio tra questi profughi che vogliono tornare a casa – mentre i ricchi stanno bene anche qui – nasce una sorta di complicità per il ritorno. Che allora (era il dicembre 2007) mi sembrava lontano, come
lo era per gli iracheni in fuga. I primi a tornare a casa saranno gli sfollati interni, mentre per molti iracheni il ritorno resta ancora un miraggio.
Poco a poco questa idea comincia a insinuarsi nei miei pensieri fino a diventare sempre più pressante, imprescindibile. Un passaggio cruciale nel solitario percorso di recupero di me stessa.
Tuttavia, per me non è facile ritornare in quei luoghi. Scelgo una scorciatoia, ricomincerò dal Kurdistan. [...continua]
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in "Serie Bianca" febbraio 2010