Stereotipi. Come quello che la rete sia un paradiso incontaminato senza conflitti, oppure solo uno strumento da tenere sulla retta via con legacci. A causa di queste false convinzioni il web è in pericolo. Così anche il giornalismo, professione in grave crisi di denaro e di identità, che solo sul terreno digitale può trovare i mezzi e gli stimoli per la propria redenzione.
Ci vuole un'eresia, anzi una doppia eresia, per uscire dal tunnel: bisogna smetterla di pensare che il web sia un campo neutro - miniera di libertà senza fine - e impegnarsi per svelare i poteri e le opacità che vi si nascondono. E siccome ormai le cose avvengono in rete (non vi sono solo riportate), il giornalismo deve mutare, diventare intrinsecamente digitale. Queste le tesi di fondo di un interessantissimo saggio - Eretici digitali. La rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e 10 tesi - scritto dai giornalisti di Repubblica Vittorio Zambardino e Massimo Russo. Come impone l'approccio digitale, il libro non è solo cartaceo (Apogeo 2009, p. 240, 15 Eu) ma è anche un blog, un videoclip di presentazione, ed è aperto alla discussione.
Vittorio Zambardino, sociologo di formazione, giornalista di Repubblica.it, fondatore di Kataweb e tra i padri del sito Repubblica.it, è oggi anche un attento studioso del fenomeno che ha cambiato le nostre vite. È lui che mi spiega dove nasce l'esigenza di essere eretici digitali.
Quasi mai si pensa che internet, prima ancora che di bit è fatto di cavi, tubi, centraline, spesso di proprietà privata. Sarà anche un eden di spazi infiniti, ma l'ingresso è a pagamento e gli incassi vanno alle compagnie telefoniche. «Di questo fatto c'è una coscienza molto limitata - dice Zambardino - I doganieri della comunicazione esistono e sono molto influenti. Non è vero che non ci guadagna nessuno sulla rete».
Uno dice, sì ma quello che c'è dentro il web almeno è fuori da logiche di potere. Nì. «La potenza delle rete produce altre intermediazioni. Molte compagnie telefoniche, per esempio, sono anche presenti nei canali mediatici, o li possiedono». Dal tubo al bit. Anche qui le posizioni dominanti non mancano. Basta pensare a Google e alle recentissime notizie su Buzz e la fibra ottica superveloce.
«Google pone condizioni a chiunque produca contenuto in rete - prosegue il giornalista - e incide sul business di tutti». Ha dunque ragione Murdoch a minacciare di togliere le proprie news dal motore di ricerca? «Dal suo punto di vista sì. Il problema è che oggi non puoi stare fuori da questo gioco. Il prezzo è il silenzio. D'altra parte anche forme di antigooglismo conservativo, propugnato da vecchi establishment politici, sono ugualmente pericolose. Brin e Page hanno dato qualcosa, hanno fatto ricerca, hanno inventato un algoritmo che ha cambiato le nostre vite», prosegue l'autore di Eretici digitali. Insomma, a Mountain View non sono certo parassiti. «Non si deve scatenare guerre di religione in questo campo, ma creare un mercato in cui non ci sono sommersi».
In questo processo si inserisce il passaggio del giornalismo alla rete. Un percorso gestito in maniera difficile e non sempre chiara. I fasti (pubblicitari) della carta stampata stanno finendo. Nei giornali non credono che online si ritornerà all'età dell'oro. Però. «Però la verità è che in diversi ambienti editoriali questa è stata un'occasione per abbattere i costi, sostituire una generazione di giornalisti con un'altra più giovane trattata da metalmeccanici». Il rischio è: «perdere quel poco di giornalismo che è rimasto», dice ancora Zambardino. Eppure, la richiesta di un giornalismo critico è grande: «basta pensare che Repubblica nel periodo delle dieci domande a Berlusconi ha aumentato le vendite del 10%». Secondo l'inventore di Kataweb, tuttavia, la professione in futuro verrà svolta in maniera diffusa: «non si possono più reggere i costi dei giornalisti della mia generazione. Io sono di Napoli, ricordo che negli anni Settanta c'era un disco argentato che i colleghi mettevano sull'auto, con il quale potevano andare e parcheggiare ovunque. Oggi quel mondo è finito».
Quella però è stata anche un'epoca di grande formazione e garanzia professionale. Come faranno i giornalisti del futuro a mantenere le regole della professione senza quel sistema? «La rete senza professionalità non va da nessuna parte, la professione senza rete neanche. Non si può fare informazione da dilettanti: l'importante è essere professionali, non professionisti».
In questo senso neanche il mondo dei blog è esente da pericoli secondo gli autori del saggio, che criticano l'approccio 'tribunesco' di Beppe Grillo: "Un solo dossier - scrivono - un solo tecnico, una sola accusa bastano per mettere in croce chiunque o per provare una teoria politica. Che si parli di indulto o di treni ad alta velocità, di intercettazioni o di loggia P2, il blog di Grillo serve a tenere viva la fiamma della relazione attraverso un continuo doping delle opinioni: non c'è scampo per chi è criticato da lui".
Cosa ti ha lasciato l'esperienza della creazione di Repubblica.it? «La consapevolezza che un paese arretrato nelle infrastrutture lo è anche nelle idee, che la creatività si scatena quando le potenzialità sono in atto, che bisogna essere più bravi, senza fare battaglie di schieramento. Io ho fatto per anni prima giornalismo politico, poi sportivo. Dopo un po' mi stufo e devo cambiare. Dopo tanti anni la rete non mi ha ancora stufato».