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James Ellroy
James Ellroy
 

James Ellroy presenta 'Il sangue è randagio' a Milano, Genova, Torino e Bologna

 
Lo scrittore americano in Italia per il suo nuovo romanzo. Al Teatro Litta lo ha intervistato Giancarlo De Cataldo. La nostra cronaca della serata milanese. Di Giorgio Viaro
 
   

     
2 febbraio 2010
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
 
Il sangue è randagio
di James Ellroy
Mondadori
800 pag., 24 Eu

Estate 1968. Gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere per il caldo che li soffoca e gli scandali che li scuotono. Nell'attraversare un quadriennio infuocato, lo sguardo implacabile di Ellroy si ferma su eventi enormi - l'imperialismo Usa in America Latina, il dilagare del Black Power, la morte di J. Edgar Hoover, la presidenza Nixon - e su esistenze minime, trascinate dal corso di quella spaventosa e magnetica fiumana che è Los Angeles, interrompendosi sull'orlo del Watergate.

«America sucks and fucks more and better than the rest of the world», ovvero L'america succhia e scopa meglio del resto del mondo.

La citazione, una fra le tante che hanno creato grattacapi all'interprete, ben inquadra la vorace frenesia esistenziale dell'America di James Ellroy, il suo
Zeitgeist (lo spirito del tempo). Parola che ricorre spesso nel nuovo romanzo Il sangue è randagio, presentato ieri sera (primo febbraio 2010) al Teatro Litta di Milano, in un incontro pubblico condotto da uno scrittore Giancarlo De Cataldo
, sotto lo sguardo attento di molti altri: Alessandro Bertante, Giuseppe Genna, Andrea G. Pinketts, Simone Sarasso, Antonio Scurati, Alessandro Zaccuri.
Ellroy incontrerà i propri lettori anche a Genova il 2 febbraio (
Teatro della Gioventù, introduce Maurizio Maggiani), a Torino il 3 febbraio (Circolo dei lettori, introduce Andrea Purgatori
) e a Bologna il 4 febbraio (Cinema Lumière, introduce Carlo Lucarelli).

Il sangue è randagio chiude la trilogia della Underworld History of America, iniziata con American Tabloid (1995) e proseguita con Sei pezzi da mille (2001), un ritratto fanta-politico degli Stati Uniti tra l'inizio degli anni '60 e il 1972, tracciato seguendo personaggi storici e immaginari nella rete dei drammatici eventi di quella decade: gli omicidi di J.F.K. e Martin Luther King, l'escalation militare in Vietnam, e le collusioni tra politica, agenzie federali (CIA ed FBI) e criminalità organizzata (Mafia, Klu Klux Clan). Inizia nel 1968 e si chiude nel 1972, prima dello scoppio dello scandalo Watergate.

Ma se il motore dell'azione è la politica, il suo esito è puro melò noir, perché in definitiva «All drama is a man meets a woman». E infatti, aggiunge Ellroy - impettito ed esibizionista come di consueto, giacca scura gessata con farfallino verde e fazzoletto rosso che spunta da una tasca, e bocca serrata a culo di gallina dopo ogni asserzione sopra le righe - «si tratta in sostanza di una storia di cattivi che fanno i cattivi in modo depravato, fino a che non iniziano a sentire una necessità di salvezza, un piccolissimo nucleo di senso morale che poi inizia ad espandersi grazie all'incontro con una donna». Una visione matriarcale delle micro-vicende umane, in cui la forza delle donne è sempre redentrice, poiché «non sono certo le donne che hanno portato il mondo sull'orlo dell'estinzione».

Un'affermazione apparentemente improntata al politically correct - e senz'altro dettata dal rapporto di tenerezza e dipendenza emotiva che lega Ellroy al mondo femminile, a sua volta legato alla tragica fine della madre (stuprata e uccisa nel 1958, quando lui aveva 10 anni, senza che sia mai stato identificato il responsabile: Ellroy ne parla ne I miei luoghi oscuri, 1996) - ma subito "riscattata" dall'assoluto manicheismo della successiva: «nei miei libri uomini di destra si innamorano di donne di sinistra, perché non esistono donne interessanti di destra», che quasi fa crollare il teatro.
Ma dov'era Ellroy nel 1968?
«Ero fuori di testa, avevo 20 anni, vivevo a Los Angeles con due lesbiche, dormivo all'aperto, donavo il sangue per campare, quando non avevo altro da fare entravo nelle case delle persone per annusare la biancheria intima delle donne; e naturalmente pensavo sarei diventato un grande scrittore».


E dunque eccola l'origine della prosa liquida e frenetica di Ellroy, della sua prosodia tragica e furiosa, del suo contegno inerme e violento al contempo (Ellroy è imponente anche fisicamente, magro e altissimo): affonda le radici in una storia pubblica e privata che allarga le proprie aree patogene a vette di tragicità classica, imbevendo ogni sua espressione fisica e letteraria di grandezza.
Prospettiva di cui lui stesso si rende conto appieno, non a caso affermando: «Il mio prossimo romanzo sarà ancora più grande, più beethoveniano. Il più grande eroe mai vissuto per me è Beethoven: più sordo diventava, più grande diventava: se ce l'ha fatta lui...». E d'altra parte «What the fuck you've got to do but try?» (che cazzo devi fare nella vita, se non provarci?).

Lucido e spietato, Ellroy liquida con gelida ferocia anche la macchina hollywoodiana: «Se vuoi vedere un bel film tratto dai miei libri guardi L.A. Confidential, se vuoi alzarti e andartene guardi The black Dahlia; però entrambi hanno fatto molti più soldi dei miei libri per cui, se voglio pagare gli alimenti, ogni tanto mi tocca scrivere qualche sceneggiatura».
La chiusura della serata ve la riporto così come è avvenuta.
Ellroy: «...il mio libro parla in definitiva della necessità di essere amati da una donna, poiché cos'altro c'è al mondo?»
De Cataldo: «Un'affermazione certamente condivisibile, che mi sembra perfetta per chiudere questo incontro; naturalmente precisando che ognuno vuole essere amato da colui che ama, uomo o donna che sia»
Ellroy ascolta il traduttore, guarda De Cataldo, e dice, furioso: «No, man, i don't give a shit» (no, amico, non me ne frega un cazzo della tua precisazione).

 
 
 
 
 
 
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