Chi non conoscesse il lavoro sul corpo di Emma Dante (drammaturga e regista palermitana) che rende il gesto protagonista, facendone una lingua, per poi associarla all'uso del dialetto siciliano e quindi parlare di una cultura e dei suoi stereotipi con quell'istintività che solo corpo/gesto e dialetto sanno comunicare, direbbe forse che ne Le pulle - nuova produzione in scena al Teatro CRT di Milano dal 2 al 14 febbraio - si tenta un esperimento che mescola teatro-circo (tra acrobazie e travestimenti e slapstick clowneschi) e teatro-danza, con l'inserimento di brevi momenti coreografici e ancora l'aggiunta di quadri cantati.
Dante l'ha definita operetta amorale, tentando una sintesi dei diversi percorsi espressivi che chiede di intraprendere al suo straordinario gruppo d'attori (la compagnia Sud Costa Occidentale). Ma si potrebbe ancora individuare un taglio carnevalesco e orgiastico dove realtà e fantasia, immaginazione e vissuto per un attimo convivono, in un momento liberatorio e catartico ma anche doloroso e osceno. Quattro travestiti e un trans (Rosy, Sara, Ata, Moira e Stellina) sono 'Le pulle' (in palermitano, 'puttane'), protagoniste di una narrazione frastagliata, inquieta, che sollecita i sensi nei molti colori portati in scena (costumi e trucchi), che scuote i corpi degli interpreti, li fa fremere/vibrare/spostarsi senza mai concedere tregua, né sonora né tantomeno visiva (né al pubblico né agli interpreti), in un flusso di corporea-coscienza condivisa tra i sette personaggi, che emana e rappresenta l'esistenza complessa e conflittuale di figure tenute ai margini della società.
Per ammissione della stessa Dante, la pièce include anche la dimensione magico-favolistica della commedia shakespeariana - con tre fate - guidate dalla loro levatrice Mab - esseri dotati di attributi femminili e maschili che conducono e supportano le cinque pulle tra momenti onirici e da incubo, fuori e dentro i loro sogni (per Rosy danzare per intero il Lago dei Cigni, per Stellina essere portata all'altare dal suo Rocco), le loro esperienze di vita (per Mimmo l'abuso sessuale che l'ha trasformato in Moira), le loro debolezze (l'anoressia di Sara o le goffagini/handicap di Ata). Corpi nudi e seminudi, dinoccolati come quelli di bambole, smodatamente sensuali per procacciare clienti e lanciare espliciti inviti, e poi una profusione di peni di gomma che escono dalle calze delle fate e entrano nelle bocche delle pulle, o bambole gonfiabili che creano una coreografia imperdibile per la festa di matrimonio, fino a un quadro che li trasforma in un carillon, appesi a una delle fate. Il tutto senza erotismo, dentro una sessualità imprescindibile ma non attrattiva, problematica da vivere e unica rocca forte su cui fondare l'esistenza quotidiana. Sessualità parte di una routine che prevede laboriosi travestimenti tra abiti e trucchi, dall'andamento ossessivo e quasi punitivo o masochistico, e non porta al piacere o al godimento.
D'altra parte la fragilità delle pulle sta nella loro identità violata, nei diritti per loro inesistenti, nell'attuale tentativo di essere femmine e venire usate e poi rifiutate, sbeffeggiate, violentate e escluse. Escluse da un sé che si è perso nel tempo e nel dolore, un sé smarrito, oggi appeso, meglio puramente appiccicato, come il trucco e i travestimenti.
Così tacchi a spillo, rossetti e gesti sessualmente ammiccanti sono il baluardo di un'esistenza prevista solo in funzione dell'atto sessuale e non delle emozioni; della soddisfazione bestiale di quegli stessi umani che non prevedono per le pulle una vera famiglia, dei figli, un matrimonio in chiesa, ma le cercano quando in ballo c'è la soddisfazione di un godimento carnale che non trovi ostacoli.
Una critica feroce - come sempre nel teatro di Emma Dante - e di forte attualità, nei confronti di una società, quella odierna, che non prevede diritti per i vari appartenenti a quel vasto panorama che - troppo spesso a casaccio - mette insieme trans, bisex, lesbiche e gay senza considerare neppure lontamente le dignità individuali e le pluralità - tantomeno ricordandosi di spogliare certe categorie della loro portata ostracizzante.