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Riccardo Muti all'Auditorium del carcere di Bollate
Riccardo Muti all'Auditorium del carcere di Bollate
 
           
 

Riccardo Muti al carcere di Bollate

 
Il penitenziario milanese si dimostra ancora una volta all'avanguardia nelle attività per i detenuti. Il 18 gennaio è stata una giornata da ricordare. Di Lorenza Delucchi
 
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Milano, 26 gennaio 2010
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di Lorenza Delucchi
   

Lunedì 18 gennaio sono stata in carcere. Non era la prima volta, c'ero già entrata due anni fa. Dicono che la prima volta non si scordi mai: nel 2007 mi ci avevano portato le riprese di un film. Una giornata che era parsa infinita. Saranno state le sbarre alle finestre, i corridoi lunghi e silenziosi o magari la pioggia battente - un flagello considerato che si girava in esterna - ma di certo quella sera ero particolarmente felice di tornare a casa. Oggi posso affermare che anche la visita numero due non lascia indifferenti. Nel freddo pungente di un pomeriggio milanese qualsiasi, varco i cancelli blindati della casa di reclusione di Bollate - così sta scritto sui tanti cartelli stradali che conducono fin qui - per assistere ad un evento davvero speciale, la visita del Maestro Riccardo Muti ai detenuti, resa ancora più esclusiva da un live acustico al pianoforte.

Inutile dire che i biglietti non sono mai stati in vendita, alla stampa è concesso guardare, ma in rispettoso silenzio. Niente foto al maestro mentre suona, niente interviste, questi i patti, eppure la tentazione è grande: Muti non suona a Milano da tempo, è dunque lecito domandarsi quanto la scelta di un carcere sia casuale. Qualcuno butta lì un amo, senza successo. Il maestro è a Milano solo per conoscere i detenuti tant'è che, quando uno zelante tecnico fa il buio nel piccolo auditorium, Muti chiede che torni la luce, perché "vuole vedere in faccia chi l'ha invitato", così inizia la lezione. Con parole semplici, introduce concetti quali armonia e melodia, "aiutandosi" con brevi pezzi per piano di autori come Chopin, Schumann e Beethoven. Grandi artisti ma uomini infelici, minati da malattia e depressione, a cui la vita ha tolto molto.

Gli ospiti del penitenziario presenti in sala ascoltano e applaudono, all'inizio un po' intimoriti, poi sempre più sciolti: l'istituto non è nuovo a eventi simili, ma un direttore d'orchestra non si era davvero mai visto. Quando cerco di avvicinarmi a qualcuno di loro, la maggior parte fa garbatamente capire che non è qui per parlare. Chi accetta di scambiare qualche parola, racconta di quanto le iniziative ricreative (sul sito del carcere si trova tutto: www.carcerebollate.it) siano importanti, di come la reclusione possa diventare occasione per migliorare o fare incontri altrimenti impensabili. Lo stesso mi dice Giovanni, agente penitenziario, «la galera non è una gabbia, altrimenti facciamo prima a dire che i detenuti sono bestie. Ma allora noi che siamo qui con loro, cosa siamo?». Non a caso fra le direttive del Progetto Bollate ha molto peso la compartecipazione: come una comunità, il carcere si dà regole interne che tutti - non solo i detenuti - sono tenuti a rispettare. Esistono commissioni, di cui fanno parte detenuti e operatori del penitenziario, che fungono da direttivo decisionale a cui va il compito di scegliere che eventi organizzare, chi invitare, stabilendo inoltre un calendario.

All'incontro con Muti si è arrivati grazie al laboratorio musicale di Marlena Bonezzi, corista della Scala. Uno di loro ha particolarmente apprezzato il lavoro al punto da prendere carta e penna e scrivere, a nome di tutti, al Maestro per chiedergli un incontro. La risposta affermativa è arrivata, Muti ha trovato qualche ora fra un impegno a Parigi e il rientro a Chicago dove dirige l'orchestra sinfonica. Questo appuntamento, promette, non resterà unico, in estate tornerà per proseguire nel percorso convinto com'è che la musica non abbia bisogno di spiegazioni. Salutando, Muti lancia un ultimo messaggio: «La musica vi salverà sempre, qui dentro e fuori. E non importa se non ne capite niente, perché conta quel che vi dice personalmente, le emozioni che vi suscita, fregatevene dei soloni».

La direttrice Lucia Castellano, anima del penitenziario, non nasconde la soddisfazione. L'ennesimo di una lunga serie di successi che hanno fatto di Bollate un modello da seguire per la stragrande maggioranza delle carceri italiane, vecchie, inadeguate e sovraffollate. Questa è una piccola città dolente, certo, ma ben attrezzata: falegnameria, cucina, lavanderia, studi musicali, orto e maneggio. Molti detenuti lavorano all'esterno, parecchi studiano. Omar, un detenuto condannato a tre anni di reclusione, di cui uno e mezzo ancora da scontare, chiosa «Certo che servono nuove carceri, che le costruiscano, ma che siano come Bollate, però». 
Ripercorro all'indietro i corridoi coperti di murales assieme all'agente che mi accompagna: mi spiega che sono lavori dei detenuti, il risultato di un laboratorio. Una, due, tre, quattro porte. Saluto. Fuori una spessa coperta di nebbia densa e lattiginosa. Respiro.

 
 
 
 
 
 
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la serra del carcere di Bollate
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