La solitudine della provincia e della famiglia piccolo borghese: tornano ne La malattia della famiglia M i temi cari al regista, autore e attore Fausto Paravidino, che porta per la prima volta in tournée in Italia un testo scritto nel 2000 e finora rappresentato solo all'estero, con la produzione del Teatro Stabile di Bolzano.
Lo spettacolo, in scena a Milano al Teatro Litta fino al 31 gennaio, percorre le esistenze sbilenche di un nucleo umano monco, in cui aleggia il fantasma di una madre suicida e si intrecciano le piccole nevrosi di due sorelle e un fratello. Tutti e tre impegnati - con scarso successo - a riempire di motivazioni una campagna brulla e gelata di ibseniana memoria. Mentre il padre, malato cronico di una malattia che è più che altro vecchiaia, assenza di idee e di potere, incombe come una sentinella ubriaca sulle loro piccole aspirazioni di felicità. In particolare su quelle della figlia maggiore Marta, balia premurosa e attenta, inevitabilmente destinata a un malessere più profondo dei fratelli, perché maggiormente a contatto con con il nocciolo di quell'impotenza ontologica e ambientale che avvelena ogni cosa.
Fanno da contraltare, nel tono dei caratteri più che nella loro essenza, due giovani, Flavio e Fabrizio, pretendenti vigliacchi ma vitali della stessa ragazza, la figlia minore Maria. I loro silenzi, tutti innalzati a dispetto dell'amicizia reciproca, innescano un vortice di equivoci (il pranzo a casa della famiglia M, cui entrambi vengono invitati per la stessa ragione) che contrappunta il dramma principale con inserti di limpida comicità.
Una miscela dramedy molto in voga nella drammaturgia anglossassone contemporanea - più che nella nostra - e già risultata efficace (anche se la sceneggiatura è stata scritta successivamente a questa) nell'esordio cinematografico di Paravidino, Texas, del 2005.
L'introduzione e l'epilogo (l'epitaffio, verrebbe quasi da dire) sono infine affidati alla voce dolente di un medico di campagna - come lui stesso si definisce - che vede il proprio ambulatorio attraversato dalle storie minime di tutti i personaggi, in cerca di un confessore e di uno specchio più che di un guaritore. Sotto il suo sguardo impotente e i suoi inascoltati rigurgiti di orgoglio (anche l'osservatore ha bisogno d'essere osservato) il semi-dramma si svolge a strappi, per poi chiudersi su un epilogo in cui tragedia familiare e catarsi climatica si spengono l'una nell'altra con una schematicità forse eccessiva ma senz'altro efficace.
Cast di nomi collaudati - Iris Fusetti, Emanuela Galliussi, Paolo Pierobon, Pio Stellaccio e lo stesso Paravidino - con doverosa menzione per Paolo Pannelli, che alterna acrimonia senile e affetto impotente con commovente efficacia, e il lanciatissimo Jacopo-Maria Bicocchi (visto di recente anche in sala in Giulia non esce la sera e ne La prima linea), qui impegnato in un ruolo brillante che gli calza a pennello.
Tutti quanti si muovono nella scenografia pittorica composta da Laura Benzi, che per tratti e oggetti minimi (un tavolo, tre sedie e una finestra per lo spazio domestico; due alberi secchi e una panchina di pietra per la brughiera) descrive a meraviglia la povertà immaginifica di un mondo talmente ripiegato su se stesso da essere sul punto di scomparire.