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Fabrizio De André - Tourbook
 

Tourbook: la vita on the road di Fabrizio De André

 
L'ultima iniziativa in ricordo di Faber è un libro in cui si raccontano le sue tournée. Testimonianze, foto, disegni, materiali. L'intervista con l'amico regista Pepi Morgia
 

 
   

     
24 dicembre 2009
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di
Daniele
Miggino
   
 
Fabrizio De André 1975/98. Tutte le tournée di Fabrizio De André
A cura di Elena Valdini

Tourbook ripercorre tutte le tournée di Fabrizio De André grazie a immagini mai viste, agli schizzi originali per l'allestimento dei palchi, ai giornali dell'epoca, ai pass, ai tourbook, ai manoscritti e ai documenti originali di ogni tour.
Un racconto illustrato in cui spiccano le voci di coloro che palco dopo palco hanno collaborato con De André in oltre vent'anni di concerti: dai produttori (come Adele Di Palma, Bruno Sconocchia e Maurizio Salvadori) ai musicisti (da Mark Harris a Michele Ascolese, da Pier Michelatti a Giorgio D'Adamo); e ancora i tecnici del suono e delle luci, i supporter (come Eugenio Finardi nella prima tournée del 1975/'76) e gli artisti circensi che sempre più De André ha voluto con sé sul palco durante le esibizioni degli anni Novanta.
Per la prima volta Pepi Morgia, regista di tutti gli spettacoli di Fabrizio De André dal 1975 al 1998, si racconta. E la curatrice Elena Valdini - che per la giovane età non ha mai partecipato a nessun concerto di De André - scopre nomi, luoghi e aneddoti. Tourbook è un libro nel libro, fatto di pagine grandi e pagine piccole, un volume in cui il tempo della scoperta si alterna al tempo del ricordo, quasi una guida per capire anche com'è cambiato negli anni il modo di fare i concerti e per conoscere ancora più da vicino Fabrizio De André.

Chissà cosa avrebbe detto Fabrizio De André sapendo che il suo mito è diventato sempre più grande dal giorno in cui è morto. Vedendo che gli hanno intitolato decine di strade, vie, scuole. Che ogni manifestazione che porta il suo nome è da prima pagina.
È successo con la mostra che celebrava il decennale della scomparsa nel Palazzo Ducale di Genova (senza dubbio l'evento dell'anno nel capoluogo ligure), e con mille altre commemorazioni. Sta avvenendo anche con l'ultima iniziativa in suo ricordo. Si tratta del libro Tourbook, Fabrizio De André 1975/98, Tutte le tournée di Fabrizio De André, realizzato dalla Fondazione De André, a cura della giovane Elena Valdini con il contributo fondamentale di Pepi Morgia, regista di 15 anni di concerti di Faber.

Di Andrè si è detto tanto, quasi tutto. Uno degli aspetti ancora inediti è proprio la vita di tour. Attraverso materiali, disegni, interviste a chi ha lavorato con lui, ma soprattutto attraverso il racconto dell'amico Morgia, si apre un nuovo squarcio per capire il mondo del cantautore. E chi meglio di Pepi può spiegarci il progetto? A cominciare dalla copertina: «in effetti quello con cui De André si sta prendendo a cazzotti sono io - dice il regista - Eravamo a Chiavari, come al solito io cercavo di distrarlo un po', di sciogliere la tensione. Vicino a dove eravamo c'era una specie di palestra, così gli ho detto: andiamo a darci due cazzotti, Alla fine me ne ha dato anche qualcuno bello secco».

Pepi, prima che il suo regista, era un amico di De Andrè. «Per me, anche negli anni successivi, è sempre stato Faber - dice - quello che ho conosciuto negli anni Settanta perché mio cugino suonava con lui». Al primo famoso concerto alla Bussola, era già al suo fianco: «Lavoravo con New Trolls e Orme, ero stato in Inghilterra, così mi chiamò per seguirlo. Mi disse: "senti, puoi venire a casa mia che sto aspettanto sto Bernardini che non ci capisco un belino io"». Bernardini era il patron della Bussola, locale mitico della costa versiliana dove sono passati i big degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Quello del 18 marzo 1975 è considerato il primo vero concerto di Fabrizio, che non aveva alcuna intenzione di salire su palco: «aveva terrore del pubblico - prosegue Morgia - ma invece nei salotti era un gran affabulatore».

Lavorare con lui presentava lati problematici? «Mai avuto difficoltà. Molti avevano soggezione di Faber per questa sua aria seriosa. Io, per carattere, cercavo sempre di sdrammatizzare, facevo effetto 'Valeriana', magari con una battuta in genovese. Ricordo molti viaggi in cui giocavamo a ricordarci termini in dialetto ormai obsoleti. Così lui si sentiva subito a casa e si rilassava». In realtà il tour non è mai stato un momento felice per Faber, che soffriva gli spostamenti, la tensione continua. Era invece curioso di capire come funzionava la macchina del suo spettacolo: «a volte passava la notte a seguire gli allestimenti, mi chiedeva spiegazioni. Abbiamo sempre discusso prima su cosa realizzare». Per certi versi lo show di De André è stato anche innovativo: «per un concerto cantautoriale non era certo usuale utilizzare travestiti, mimi, circensi».

Hai qualche ricordo particolare degli ultimi tempi? «A un certo punto ha iniziato a dire che non riusciva più a tenere le carte in mano. Giocava sempre a cirulla in tour. All'inizio non abbiamo dato troppo peso ai suoi mugugni perché era un vero ipocondriaco. Poi non è più riuscito neanche a tenere la chitarra in mano».

Negli ultimi tempi il suo nome è stato molto cavalcato, anche strumentalizzato. «Sì è vero. Io tengo a dire che tutte le iniziative realizzate come Fondazione De Andrè non hanno come scopo il business. Ma non è per tutti così. Noi tentiamo di coinvolgere tutti, di dare il patrocinio come garanzia di qualità, ma qualcosa ci è sfuggito».

Ti occuperai di altri eventi nel nome di Faber prossimamente? «Uno dei sogni di Fabrizio era fare uno spettacolo circense con le sue canzoni. Dieci anni fa, era appena scomparso, ci avevamo provato ma dopo due o tre date il tour si era fermato. A settembre 2010 CircoFaber riparte, con una tournée in tutta Italia»

 
 
 
 
 
 
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