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Federico Sirianni racconta il concerto del cantautore americano. I brani che hanno segnato 35 anni di carriera intonati da fan di ogni età
 
   

     
Milano, 19 luglio 2008
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di Federico Sirianni
   
Andare a vedere Tom Waits è per me come incontrare un padre lontano da una decina d’anni. Milano si scioglie in quella che a Genova definiremmo maccaja, ma senza nemmeno i venti leggeri che arrivano dal mare, penso al concerto già da qualche giorno, per una volta, una volta tanto, regredisco alle emozioni dell’adolescenza mentre cammino a passo svelto attraversando il ponte sulla ferrovia con il centro alle spalle e immediatezze di periferia metropolitana davanti.

Il Teatro degli Arcimboldi è una sorta d’astronave atterrata da chissà quale pianeta nel quartiere Bicocca, sono le sette, la calura è quasi insopportabile ma l’aria che si respira è frizzante come un ottimo prosecco della Valdobbiadene. Infatti raggiungo il bar vicino ordinandone un paio.
Arrivano da tutta Europa per l’esordio milanese del “mito”, in testa portano cappelli di foggia varia, il mio l’ho lasciato a casa, per rispetto, come quando si entra in chiesa.
Stringo il biglietto nella tasca posteriore dei pantaloni sgranandolo come un rosario, guardo le facce della gente che lentamente affolla il piazzale del teatro, giovani, signori di mezza età, qualche vecchio beatnik, madame dell’alta società che scendono dal Cayenne, un amico ristoratore di Rapallo che non vedevo da parecchio tempo.

Tom Waits è decisamente colui che (essere umano, demone, santone voodoo) mi ha piantato un paletto di frassino nel cuore mentre da ragazzo m’accingevo a fare il mestiere del musicista. La prima volta che l’ho ascoltato è stato come essere sorpreso da un monsone gigantesco, infradiciato senza possibilità di riparo e poi vedere l’arcobaleno mentre la banda del paese lancia coriandoli per strada. Non so se sono riuscito a spiegarmi. Non so se riesco a rendere il tipo di sensazione che tutti lì in mezzo, come una sorta di congrega dispersa nel mondo che si riunisce nel giorno del rito, provavamo in quel momento. Sorridenti, oserei dire felici di essere lì.

La faccio breve. Da lì all’inizio del concerto sono passati altri sette prosecchi, è arrivato Roberto Benigni, il teatro s’è gremito a non poterne più. Il palco, agghindato come una piccola casbah futurista era sovrastato da una dozzina di megafoni e magnetofoni appesi per aria, una pedana rotonda alta come un tamburo ornata d’arabeschi e illuminata da lampadine colorate, percussioni, ottoni, il pianoforte, e tutto il resto.
Alle 21,45 spaccate le luci dell’astronave si spengono, i musicisti salgono in scena, un’ovazione accoglie lo splendido spaventapasseri che si posiziona al centro del palco, bombetta in testa, smunto e sghembo come solo lui riesce a essere, completamente di nero vestito come un vecchio becchino da cimitero di campagna, il pubblico grida, chiama il suo nome, è una sacra rappresentazione, un’omelia anche se c’è il diavolo presente nella prima canzone, sotto le vesti femminili di “Lucinda”.

La scaletta pesca qua è là dagli oltre 35 anni di carriera, rispolvera classici come “Tom Traubert’s blues”, “On the nickel” e “Innocent when you dream”, coinvolge il pubblico nella recentissima “Lie to me”, trasforma in versione jazz la cupa “Dirtin’ the ground”, dedica a Benigni “You can never hold back spring”, soundtrack del film “La tigre e la neve”, schizza tra il blues di “Black market baby”, le suggestioni mitteleuropee di “November” e “Misery is the river of the world” e le country ballads di “Hang down your head” e “Hold on”, si lascia innaffiare da una pioggia di lustrini sul finale di “Make it rain”.

Come si faceva da giovani, io e un manipolo di compagni scendiamo a grandi falcate le scale della galleria e sfondiamo in platea per stare sottopalco al momento dei bis. Incuranti delle minacce del servizio d’ordine (che nemmeno all’ultima visita del Presidente della Repubblica era così numeroso e agguerrito) rendiamo il nostro saluto al vecchio “rain dog”.
Me ne fotto di chi litiga all’uscita per accaparrarsi un taxi e, a piedi, mi dirigo alla mia pensione vicino a Stazione Centrale.
Non so se ci rivedremo ancora, papà Tom, nel caso passassi da queste parti, magari, fatti vivo.
 
 
 
 
 
 
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